I progetti di chi si candida a governare domani la nostra città non ci sembrano rispondere ai bisogni e alla volontà di chi ci vive, eppure vengono dati per scontati, come inevitabili e prestabiliti. Mancano una visione del futuro che rimetta al centro l’interesse pubblico, in una prospettiva di vera sostenibilità sociale ed ambientale, ed una capacità di approccio consapevole all’emergenza climatica, così come alle nuove ed antiche povertà, per vivere in una città che si cura e garantisce cura e sicurezza. Innanzi a questo scenario, il fronte astensionista potrebbe rappresentare la netta maggioranza degli aventi diritto; un fronte al quale potrebbero unirsi gli insoddisfatti dei partiti, di riflesso ad un malcontento trasversale a tutte le forze politiche.

   Per queste ragioni, come cittadini e cittadine, sosteniamo con convinzione la necessità di un cambio di paradigma che abbia come presupposto l’idea di Parma come Città Pubblica.

  Cosa significa “città pubblica”? Se riportiamo l’attenzione sui diritti e sulle garanzie costituzionali, ci rendiamo conto che è la nostra Costituzione a definire il perimetro entro il quale il termine “pubblico” acquisisce la sua valenza irrinunciabile: l’uguaglianza si realizza tramite l’obbligo per lo Stato di rimuovere gli ostacoli che la impediscono, in un’ottica in cui l’iniziativa privata è libera, ma è subordinata all’interesse pubblico ed i servizi sociali traducono questi principi in una vita dignitosa per ogni persona. Di conseguenza, è necessario tornare a parlare di bene comune e di publica utilitas (usi civici): acqua, suolo, aria, ma anche la città stessa, i monumenti, la sua cultura, la sua storia e la sua memoria impresse nelle strade, nelle piazze, nei quartieri sono patrimonio materiale e immateriale collettivo non alienabile. Non una merce, non un logo o un brand utili al marketing territoriale, non spazi o simboli cedibili per interessi privati.

  Troppo spesso il termine “pubblico” viene utilizzato in modo distorto, come sinonimo di cattiva gestione o inerzia, in opposizione ad una narrazione finalizzata a rafforzare una percezione sempre positiva, idilliaca e performante di tutto quanto è privatizzato. Non stupisce più che gli spazi pubblici, ma anche i servizi importanti ed essenziali di una città – generatori di lavoro, luoghi di diritti costituzionali e spazi di negoziazione delle parti sociali – siano totalmente affidati alla gestione di soggetti privati. E’ necessario destrutturare questa narrazione e restituire al “pubblico” il suo significato e le sue prerogative, indispensabili al funzionamento della vita democratica, che saranno la base nella ridefinizione del modello di città che vogliamo immaginare per il futuro. Si tratta quindi di cambiare i termini della relazione tra pubblico e privato, le cui competenze e risorse sono molto utili se governate.

  Bene quindi la collaborazione, ma la progettualità deve essere pubblica, per evitare prima di tutto la schizofrenia negli interventi. I progetti diventano contraddittori senza visione pubblica complessiva ed i proventi devono garantire innanzitutto la manutenzione ed il buon funzionamento dei servizi stessi. Le conseguenze della disattenzione ai beni comuni sono sotto gli occhi di tutti: la mancanza di rispetto per l’ambiente e il patrimonio collettivo, l’esclusione di larghe fasce della popolazione da servizi essenziali, il consumo di suolo in città, ma anche nelle frazioni e nel territorio circostante, gli interventi urbanistici e le scelte economico-finanziarie che rivelano un’idea di sviluppo non solo irragionevole e ingiusta, ma priva di progettualità e di etica. Ecco perché il Comune, pur salvaguardando la generalità degli interessi particolari, deve guidare e coordinare l’iniziativa privata definendo le finalità collettive da perseguire e sottraendo i beni comuni alla logica del profitto. Solo una pianificazione generale, che a partire dall’inderogabile tutela dell’ambiente integri l’urbanistica e i servizi sociali, può essere garanzia che l’interesse pubblico non si pieghi ad interessi di parte, talora inutili, assai più spesso dannosi per la collettività. Per noi la città pubblica è quella che non marginalizza nessuno, che non condanna la povertà, ma la combatte, che mette la cura dell’ambiente e la salute davanti agli interessi economici. Una città inclusiva e non esclusiva, in grado di programmare guardando al futuro e non alla scadenza elettorale successiva, con una capacità di pianificazione frutto di partecipazione collettiva reale e non, invece, espressione di chi riesce a organizzare i propri interessi in lobby.

  La restituzione della città a chi la abita avviene innanzitutto attraverso la costante pratica dell’ascolto. Al centro quindi della città pubblica c’è una partecipazione autentica: non una messa in scena per fare bella figura sui giornali e dare una patina di accettabilità a progetti che favoriscono solo chi li propone, mentre per il resto della cittadinanza ci sono solo i costi ed un peggioramento della qualità di vita. Partecipare non può significare assistere passivamente alla presentazione di un progetto blindato e già definito, ma deve avvenire nella fase di elaborazione e prevedere ampi margini di revisione e modifica. Mezzi e fini devono essere connessi: se davvero si vuole realizzare la partecipazione, occorre ripensare radicalmente gli organismi che la garantiscono. Qualunque nuova veste sia pensata per gli organi di quartiere, non possono essere solo consultivi, ma devono poter incidere sulle scelte del Comune. Tuttavia bisogna essere realistici: una città pubblica costa. Siamo consapevoli che il patto di stabilità, la spending review e l’austerità finanziaria hanno reso molto difficile intervenire concretamente per migliorare i servizi, ma crediamo che sia il momento di invertire la tendenza degli ultimi 30 anni. Sappiamo ad esempio che ciò ha condotto al blocco delle assunzioni e dunque a un processo progressivo di esternalizzazioni e privatizzazione dei servizi erogati dagli enti pubblici, con ricorso a personale dipendente da cooperative o altri soggetti privati per garantire persino i servizi essenziali. In altri casi, si presenta come soluzione il ricorso al volontariato: il volontariato può e deve essere coinvolto, ma non ritenuto sostitutivo del pubblico.

   Vista l’esiguità delle risorse si devono stabilire delle priorità. Fra queste, possiamo elencare certamente ambiente, salute, casa, alimentazione, educazione e assistenza. Va perseguito l’ordine nella cura della città, senza lasciarsi affascinare da un decoro troppo spesso concessione agli individualismi di turno: va data priorità alla pulizia e ad una adeguata e puntuale manutenzione del verde, dei parchi, dei fossi, delle strade, dei marciapiedi. Uno degli strumenti che devono essere a tal fine agiti è il bilancio partecipato: di genere, ecologico, sociale. Bisogna trovare le competenze economiche per usare al meglio i soldi del PNRR che è pesantemente condizionato (ad esempio non prevede assunzioni a tempo indeterminato) e, in generale, i fondi della UE, troppo spesso inutilizzati e talvolta nemmeno richiesti. Deve essere insomma costruito un pool di persone specializzate che intercettino i fondi e che, per potervi accedere, strutturino i progetti in modo adeguato, sia dal punto di vista formale che contenutistico. Anche le competenze tecniche e scientifiche dell’Università sono un patrimonio collettivo: perciò è indispensabile mantenere una relazione stabile con l’Ateneo e coinvolgere chi può essere di valido supporto all’amministrazione comunale. Si deve modificare il modo di predisporre bandi di gara e appalti: non è ammissibile che si parli ancora di massimo ribasso, mentre sono irrinunciabili equità e trasparenza per garantire pari opportunità di partecipazione. Certamente non possiamo ipotizzare di ribaltare completamente l’attuale prospettiva, ma possiamo attivamente intervenire per disciplinarla, consentendo al pubblico di riprendere in mano la situazione per definire le linee guida da seguire, coordinare, vigilare e controllare sia la qualità dei servizi erogati, sia i profili professionali e l’inquadramento contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori.

  La macchina comunale ha enormi potenzialità: vanno valorizzate a pieno alte professionalità e competenze che oggi non solo non vengono riconosciute, ma anzi umiliate e marginalizzate a fronte di nomine e deleghe a soggetti esterni, scelti molto spesso soltanto per favoritismi o perché ritenuti più fedeli all’amministrazione del momento. Un programma alternativo per il governo della nostra città deve essere costruito sul presupposto della città pubblica. E’ necessario mobilitare tutte le competenze e le forze che ne ritengono prioritaria la costruzione: per farlo avvieremo un processo partecipativo del tutto nuovo. Esso si fonderà su un approccio globale alle diverse problematiche, su una contro narrazione documentata con dati e informazioni puntuali e su conseguenti scelte concrete. Ciò non ci consentirà soltanto una reale valorizzazione del patrimonio collettivo, ma anche la risoluzione di problemi che investono la vita quotidiana di tante persone. Basti pensare al problema della sicurezza, che noi riteniamo strettamente legato a quello dei diritti, ma anche alla necessità di una attenzione diffusa alla legalità, come dovere e obbligo morale di una società matura e coesa. Perché una città è sicura quando restituisce, senza esclusione alcuna, pari dignità e opportunità, quando sa essere quindi compiutamente democratica, inclusiva, equa, partecipata, viva e innovativa.

Parma, settembre 2021

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